Signor Presidente, Signori Assessori e Consiglieri,
vista la complessità delle argomentazioni di carattere scientifico che supportano la parte più propriamente politica della mozione presentata dal Centro Destra, ritengo necessario innanzitutto fare un breve excursus dal punto di vista storico e medico clinico dei fatti che hanno portato alla commercializzazione della pillola Ru 486 in Italia.
Il 19 aprile 1982 il professore Etienne-Emile Baulieu presenta all'Accademia delle scienze i risultati clinici di una nuova sostanza anti-progesterone: il mifepristone, messo a punto due anni prima da una equipe di chimici e endocrinologi del laboratorio francese Roussel-Uclaf. Codificata come RU 38486, diventerà' l'RU486.
Nel 1983, la Roussel-Uclaf firma un accordo con l'Organizzazione mondiale della sanità' (OMS). Un anno dopo, un accordo dello stesso tipo viene firmato con Population Council, un'organizzazione non governativa americana. Iniziano le prime sperimentazioni cliniche.
Il 23 settembre 1988 la Roussel-Uclaf ottiene l'autorizzazione per la Francia a immettere sul mercato l'RU486 per le interruzioni volontarie di gravidanza.
Oltre che negli Stati Uniti e in Svizzera in Europa la RU486 viene nel corso degli anni commercializzata in quasi tutti i Paesi dell'Ue. Dopo un lungo procedimento dettato dalle normative europee, nel luglio 2009 l'Aifa (Agenzia italiana del Farmaco) autorizza la commercializzazione della Ru486 anche in Italia.
L'utilizzo della pillola Ru 486 è stato autorizzato nell'ambito dell'applicazione della legge 194 dopo un lungo iter di sperimentazione e di verifica, che ha visto impegnata anche la Commissione Sanità del Senato in un'indagine conoscitiva e dove sono stati valutati scrupolosamente gli aspetti medici e la compatibilità dell’uso del farmaco con la legislazione italiana.
L'uso della pillola è stato autorizzato negli ospedali, come aveva consigliato l'Aifa, fino alla settima settimana di gravidanza, quando invece in altri paesi europei è concesso fino alla nona, quindi con un supplemento di precauzione. La legge sull'interruzione volontaria di gravidanza prevede da sempre la possibilità di introdurre metodiche più avanzate dell'aborto chirurgico, e certo non è l'ingestione di una pillola che rende per le donne meno dolorosa una scelta che non è mai facile.
In particolare l’art 14 della legge stabilisce che “il medico che esegue l’interruzione di gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite, nonché a renderla partecipe dei procedimenti abortivi, che devono comunque essere attuati in modo da rispettare la dignità personale della donna”
C’è poi da considerare, riguardo l’
allarme mortalità se s’interroga il motore di ricerca della
National Library of Medicine di Bethesda (
www.nlm.nih.gov), sito di autorità indiscussa per le ricerche bibliografiche in ogni campo della Medicina, si apprende così che
dei casi di morte segnalati, la maggior parte è stata causata da una
complicanza infettiva, e che tale complicanza è comune anche ai casi di aborto chirurgico o spontaneo, cioè sembra
indipendente dalla combinazione mifepristone-misoprostol.
La prima riflessione riguarda la distinzione tra etica e tecnica. Il problema etico non dovrebbe riguardare l’RU486, ma se sia giusto o meno poter interrompere una gravidanza non desiderata. La legge italiana, esprimendo la volontà popolare, ha risolto il problema etico dal 1978: in quest’ambito l’RU486 si pone solo come una possibile scelta tecnica, in alternativa a quella chirurgica, entro il 49° giorno di gravidanza (7a settimana: dopo le 6 ed entro le 7 settimane compiute). Ammettere o non ammettere l’RU846 nella pratica clinica non modifica affatto la reale sostanza del problema etico. Per nessuno. E allora ognuno deve fare il proprio mestiere: compete ai medici la scelta della tecnica più idonea per una donna che comunque ha già consapevolmente deciso d’interrompere la gravidanza.
Non compete alla politica o all'ideologia comunque mascherata.
Quando a luglio 2009 l’Aifa diede il via libera all’ ingresso del farmaco nel nostro sistema sanitario, pose dei robusti paletti all’ utilizzo della Ru486:
La legge 194, con le sue regole e le sue limitazioni, non è aggirata se invece dell’intervento chirurgico la donna assume, sotto controllo medico, un farmaco.
Il dolore non potrà mai essere un motivo di dissuasione per una scelta così grave e difficile com’è quella di abortire. La verità è che la destra preferisce drammatizzare il tema dell’aborto,
e più si strumentalizza il tema a fini di parte, più si rende difficile l’impegno per la prevenzione, la cui forza dovrebbe derivare dalla convergenza comune della politica con le realtà sociali coinvolte.
Vogliamo che la politica dia una risposta positiva in termini di prevenzione o vogliamo giocare sulle paure, sulla emozionalità di cui è intrisa la vostra mozione?
Resta il disagio nel constatare che, ancora una volta, la destra ha usato ed usa strumentalmente temi delicati come quello della salute delle donne, in questo caso usando surrettiziamente come grimaldello l'opuscolo informativo da consegnare obbligatoriamente alle donne che intendono prendere la RU 486, per cercare di dividere, invece che trovare soluzioni.
Non si può pensare che una decisione così drammatica come quella di abortire possa dipendere dall’invasività dell’intervento chirurgico. E dunque se questa pillola può rappresentare una tecnica meno invasiva, che la si usi. Al tempo stesso, però, la RU 486 non può essere una scorciatoia per applicare la 194 con meno rigore. E' vero, una parte di questa legge che potrebbe essere applicata meglio. Ma non è alzando i polveroni ideologici che si aiutano le donne a scegliere e prevenire.
Per quanto mi riguarda è faticoso coniugare fede e politica, ma non solo se si parla di aborti e maternità. Questa idea che i temi cattolici siano soltanto la famiglia, l’interruzione di gravidanza, l’eutanasia, è davvero curiosa. Sono temi cattolici anche la pace, la giustizia, la politica sociale, la solidarietà, la libertà, la partecipazione.
Un cattolico che fa politica deve assumersi la responsabilità del bene comune. E deve saper mediare fra questo bene comune e i propri convincimenti. Qualche volta si possono fare scelte sofferte, ma penso che sia giusto così".
Nel pieno rispetto della salute e della dignità della donna e consapevoli degli studi scientifici sul farmaco in questione, il Gruppo del PD non può accettare il dispositivo della mozione proposta dal Centro Destra.
Giancarlo Manti